Cina addio: dopo anni la prima netta inversione di tendenza nel settore dell’abbi
gliamentoFinanza,innovazione, alta gamma e made in Italy. Una formula ormai arcinota, ma ancora da qui passa la ripresa del sistema moda veneto. Con una precisazione, qualche luogo comune va sfatato. Numero uno: la Cina non è più il migliore dei mondi possibili, tant’è che stanno tornando in Italia le imprese che avevano espatriato le produzioni di alto livello. Numero due: alto di gamma non significa esclusivamente griffe, il prodotto made in Italy è considerato e riconosciuto dal cliente internazionale, a prescindere dall’etichetta. Insomma qualcosa è decisamente cambiato. In dieci anni di grande crisi del comparto tessile abbigliamento italiano un fenomeno su tutti ha determinato le trasformazioni in atto: la polarizzazione tra fast fashion e i capi lusso delle maison rinomate e caratterizzati da un forte contenuto di stile e moda. Situazione che produce un divario netto sul fronte dei costi produttivi. La prima conseguenza è che stanno tornando in Italia le produzioni di alto livello, emigrate per alzare il vantaggio competitivo delle aziende. E questo dopo anni di delocalizzazione produttiva.
«Ciò che un tempo si recuperava sul piano produttivo delocalizzando in Est Europa viene in parte perso, per i costi di logistica», afferma Antonio Pisanello, rappresentante del patto di distretto. L’Asia diventa una destinazione ancora più difficile per le imprese del distretto della moda veneto, «non conveniente sul piano del trasporto, ammortizzare costi di tale entità non è possibile per aziende che non hanno volumi importanti. Aggiungerei poi, che con lo spostamento sull’alta gamma la qualità italiana è una garanzia che viene pretesa dai mercati internazionali e che non sempre è assicurata dalle produzioni nei paesi a basso costo», continua Pisanello.
Le criticità che oggi affronta il distretto sono necessariamente diverse da un tempo. La realtà del tessile italiano e veneto esce infatti fortemente modificata, le imprese finali, quelle che realizzano il campionario e vendono al settore distributivo, sono quasi 500 e concentrano il 43% dell’occupazione totale. Il restante degli addetti è occupato in 2152 imprese di subfornitura, per lo più comprese nelle classi dimensionali più piccole.
«Tra il 1993 e il 2004 l’industria regionale ha ridotto di un terzo le imprese e l’occupazione - spiega Pisanello - penalizzando le imprese di subfornitura che in questo periodo riducono gli addetti del 40%, proprio per i processi di delocalizzazione. La geografia delle professionalità aziendali è mutata, la manifattura ha ceduto il posto ad una forte terziarizzazione delle imprese, con una riduzione della manodopera operaia ed un aumento dei tecnici».
Il peso della componente operaia si è ridotta infatti del 15%, mentre gli impiegati hanno aumentato la loro quota dal 9% al 20%. A fare la differenza è la capacità, anche dei piccoli, di innovare prodotti e processi.
«Nulla di nuovo, se non per gli intervalli temporali, visto che fenomeni come Zara e H&M, impongono tempi di rotazione della merce e nuove collezioni difficilmente sostenibile dalle pmi. La velocità con la quale un fenomeno moda si impone e poi svanisce sta aumentando e rende sempre più i capi “di tendenza” assimilabili ai prodotti alimentari deperibili».
Le mode durano 4 mesi, questo significa che per stare dietro alle tendenze c’è la necessità su un verso di lavorare in network, dall’altra di realizzare sistemi di prototipazione e di archiviazione del patrimonio del know how. «Per questo l’obbiettivo principale del distretto per questo triennio sarà implementare sistemi informativi, archivi digitali in grado di gestire le informazione, su capi, filati e tessuti - conclude Pisanello - le imprese mantengono ancora sistemi di archiviazione fisici per i loro prototipi, con costi notevoli».
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